Dai colli alla Cà più alta, lasciando alle spalle la città, la sua idea, la sua sensazione. So che dovrò discendere, con una pettorina e precisione. È una fotografia di una scalata più che di una fuga o un fondo. Mi sono detto che questa è la mia immagine di evasione. Temporale, vanesia, onirica e onanistica. Ma tutta l’assenza che ho trovato in quella foto che ho scattato, tutta la scomparsa, mi ha convinto. Quel posto non c’è e io non sono qui. Solo così può succedere davvero, solo così ci sono.
Esco e le cose si sommano, sulle scale dell’ufficio incrocio lei. Con cui ho avuto poco a che fare, con cui ci si scambiano sguardi. I miei incuriositi, o suoi anche, ma non nel mio senso sicuramente. Il suo sguardo è triste, vuole compiacere, ma so che dentro ha di tutto. Poco oltre un padre e un figlio materializzano davanti a me la macchina del tempo. Lui è esattamente il ragazzo invecchiato. In ogni caso sono legati da qualcosa si profondissimo, che il mio cervello traduce anche con la parola “amore”. Mi ricordo di me e papà in bici. Io su di una Atala gialla, che ho abbandonato come tante cose quel periodo. Non so neanche a chi l’abbia venduta. La rivorrei, metterla in garage, vicino alla specialissima dai colori smeraldo e Tiffany. Con sfumature nere e col tempo che è tornato ma passato.
A ricordarmi chi ero, chi sono, cosa sbaglio e ho sbagliato. E mi dico che per raccontare tutto questo ci vorrebbe il poeta, io non basto.
(L’infinito, canta ancora quella voce, è quando facciamo l’amore. È stranissimo e misterioso, questo mondo).